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Tag: open source

Linus Torvalds: Linux non è nato open source

Quando si parla di software open source l’esempio che viene in mente è Linux con il suo kernel. Il codice aperto, un progetto a cui tutti possono contribuire, insomma una grande apertura. Se pensavate che il suo papà, Linus Torvalds, fosse il ritratto della sua creatura…beh, vi sbagliavate di grosso.

Gli appassionati dell’open source sanno che Torvalds è tutt’altro che una persona gentile e affabile, ma quando è lui stesso a riconoscerlo, allora si può proprio scriverlo a caratteri cubitali. Intervistato da Chris Anderson alla conferenza TED di Vancouver, Torvalds ha spiegato di aver iniziato Linux come un progetto solitario, senza intenzione di renderlo un progetto partecipato.

linus torvalds
“Non sono uno a cui piacciono gli altri. Non amo le altre persone, amo i computer”, ha affermato. Al TED di solito si presentano persone che hanno idee mirabolanti per cambiare il futuro e cercano di provocare interesse nei presenti, al fine di vendere più libri, convincere ad abbracciare una causa o a investire in una startup. Ebbene, Torvalds ha affermato di non aver un nuovo progetto: lavora su Linux, ed è contento così. “Non ho un piano quinquennale. Io non ho un progetto a lunga scadenza. Guardo per terra, e voglio fissare la buca che è proprio di fronte a me”.

Si è anche detto totalmente a suo agio con Red Hat, Google, Facebook e le altre aziende che hanno costruito imperi sfruttando la sua creazione. Torvalds ha detto che l’ultima cosa che vorrebbe fare è dirigere una società. “Non ho mai avviato un’azienda – Cristo, che mal di testa”, ha affermato a Re/code. “Ci si dovrebbe occupare di tutte quelle cose per cui ho zero interesse”.

Linux d’altronde non è mai nato per dare vita a un business e nemmeno per essere diffuso su scala mondiale. Il sistema operativo open source, piuttosto, è nato come uno strumento per lo stesso Torvalds. Dopo sei mesi di lavoro tuttavia decise di pubblicarlo, ma non per diffonderlo, bensì per avere pareri su come continuare.

“Non era open source. Non c’era nessuna intenzione”, ha sottolineato. Non cercava collaboratori, ma Linux, dal nulla, raccolse l’interesse di migliaia di persone. Una bella storia, ma che non ha reso Torvalds più interessato alle altre persone, anche se a malincuore ha riconosciuto la validità e l’utilità dell’impegno di altre persone.

Ha sottolineato che una delle cose buone di lavorare sull’open source è che permette di lavorare con persone che non si amano, perché si può collaborare senza comunicare eccessivamente. Torvalds preferisce lavorare da casa, spesso in accappatoio.

Si veste solo se qualcuno gli fa visita. Insomma, una sorta di eremita. Non è una colpa, intendiamoci, è solo così, ma chissà se fosse stato diverso che cosa sarebbe diventato Linux e come si sarebbe evoluto il settore tecnologico. Sarebbe bello poter dare un’occhiata a una realtà parallela con una storia diversa. Per ora però è impossibile e dobbiamo tenerci questo Linus Torvalds, con i suoi pregi e i suoi difetti. “Sono testardo, questo è il motivo per cui quando inizio qualcosa non dico ‘ho finito, passo a qualcos’altro'”.
Via https://www.tomshw.it


GNU/Linux: Il bello di essere liberi

E’ la richiesta che associa e accomuna tanti ovvero la mancanza di libertà, in pochi campi questo è realmente possibile uno di questi è il campo informatico quando nello specifico si parla di software libero e di Linux, sistema operativo completamente gratuito che dalla sua prima uscita nel 1991 è riuscito a regalarsi una fetta di mercato circa del 3 %, che visto come dato secco può trarre in inganno chi si avvicina a lui, e sembra rappresentare una percentuale spettrale, mentre invece la comunità del software libero è viva e vegeta, ne è prova esatta il fatto che i supercomputer sfruttano senza ombra di dubbio le notevoli prestazioni di linux, e che i due diretti concorrenti Windows e Mac con i loro sistemi operativi non vengono presi neanche in considerazione.

Motivi per sceglier linux?
Motivi per provarlo?
Molteplici come molteplici sono le sue versioni, Mint, Ubuntu, Suse, Fedora, nomi di release che soddisfano a 360 gradi i loro utilizzatori in diverse modalità grafiche.
Come dicevo in precedenza Linux è completamente gratuito a differenza di Windows (Windows 7, 8, 10) e Mac (OS X 10) che oltre ad essere a pagamento hanno bisogno di computer molto performanti e quindi anche cari, Linux è un prodotto chiavi in mano, non si deve installare altro software, tutto è compreso finito di installarlo il pc è subito operativo, navigare in internet, scrivere del testo, vedere un video sarà subito possibile, gli altri sistemi operativi offrono di base poco e niente e le applicazione che servono per l’uso quotidiano che vanno installate sono anche loro a pagamento.
Anni orsono Linux non era un sistema operativo semplice, oggi non ha nulla da invidiare ai suoi diretti concorrenti, è diventato molto facile da gestire è anche in lingua italiana ha una grafica molto bella ed estremamente intuitiva.

Il vostro computer vecchio o nuovo che sia, vi sorprenderà in fatto di velocità e stabilità, avrete una macchina affidabile e sicura e cosa importantissima economica.
Questi vantaggi lo rendono molto appetibile anche per le società private e le amministrazioni pubbliche, anche una realtà piccola come quella Ladispolana potrebbe interessarsi al software libero, il guadagno ottenuto con il risparmio delle licenze software potrebbe essere utilizzato oltre che per la formazione degli operatori anche in altri settori amministrativi, attualmente la pubblica amministrazione (PA) dopo una attenta analisi comparativa è obbligata a dare la priorità al software libero, le PA comunitarie, quindi anche quelle italiane, sono obbligate a fornire servizi efficienti ad imprese e cittadini, e potranno scegliere in completa autonoma se acquisire sviluppare e rilasciare il software libero.

Esempi illustri?
Tanti!
Tra questi spiccano Trieste che dalla meta 2014 con il passaggio a linux nei prossimi tre anni conta di risparmiare 900 mila euro, Udine che a fine 2015 finirà il passaggio a Linux e risparmierà 360 mila euro, o a Torino dove il passaggio sarà epocale, diventerà il primo grande centro completamente open source, tuffi i suoi uffici e sedi distaccate useranno solo software libero, i responsabili del progetto credono fermamente che il risparmio possa avvicinarsi ai 6 milioni di euro in cinque anni.

via http://www.terzobinario.it


Linux, il lavoro scende dalla nuvola

Il rapporto aggiornato sullo stato del lavoro in ambito Linux evidenzia la crescente popolarità degli sviluppatori dotati del giusto mix di competenze. Programmare Linux è utile per lavorare, soprattutto in ambito cloud

Linux, il lavoro scende dalla nuvolaRoma – Linux Foundation ha diffuso il nuovo Linux Jobs Report stilato in collaborazione con Dice, una ricerca che coinvolge più di 1.000 responsabili del personale e 3.000 professionisti del mondo Linux per fornire una visione dei trend che attualmente caratterizzano il mercato del lavoro (e dei lavori) connessi allo sviluppo del kernel del Pinguino.

Il mondo del lavoro, per chi è in grado di mettere mano al codice di Linux, è apparentemente tutto rose e fiori: le abilità di un professionista FOSS sono sempre più richieste, e la diffusione delle tecnologie connesse al cloud computing non fanno che incrementare ulteriormente la richiesta per detti professionisti.

Il 97 per cento dei manager intervistati dice di voler assumere esperti del Pinguino nel giro dei prossimi sei mesi, sostiene il rapporto di Linux Foundation, mentre l’esperienza per le piattaforme cloud OpenStack e CloudStack avranno un peso importante nel valutare l’assunzione secondo il 42 per cento dei manager.Per il 23 per cento dei responsabili del personale la sicurezza è l’area di competenza richiesta per assumere esperti Linux, mentre il 19 per cento dei manager vuole professionisti con competenze sulle tecnologie di Software-Defined Networking (SDN).

Un altro aspetto significativo che emerge dal rapporto di Linux Foundation è l’importanza crescente delle certificazioni anche per gli sviluppatori del Pinguino, visto che il 44 per cento dei manager dice di tenere in gran considerazione un attestato ufficiale sulle competenze di un potenziale dipendente e il 54 èer cento richiede esplicitamente una certificazione o un training “formale” per i candidati alla posizione di amministratore di sistema.


LA CINA ENTRO IL 2020 UTILIZZERÀ ESCLUSIVAMENTE LINUX

Il Governo Cinese ha programmato la migrazione dei propri sistemi verso il sistema operativo libero, operazione che dovrebbe concludersi entro il 2020. Linux in Cina La Cina sta cercando di staccarsi sempre più da aziende come Microsoft, Apple ecc in grado di mettere in serio pericolo la privacy dei propri cittadini. Dopo lo stop di Windows 8, sistema operativo vietato negli uffici governativi cinesi, e dal consigliare Linux come alternativa a XP arrivano altre importanti novità dal Governo Cinese. A quanto pare il Governo Cinese ha già programmato la migrazione di tutti i personal computer, server ecc da Windows a Linux, operazione che dovrebbe concludersi entro il 2020. Entro il 2020, tutti i sistemi governativi cinesi saranno basati su Linux, anche se non è ben chiara quale distribuzione sia utilizzata (tra le candidate troviamo Ubuntu Kylin la famosa derivata ufficiale specifica per gli utenti ed aziende cinesi). Ubuntu Kylin La migrazione da Windows a Linux, fornirà sistemi più stabili e soprattutto più sicuri, da notare inoltre gli ottimi risultati che sta ottenendo Ubuntu Kylin, distribuzione preinstallata in molti nuovi personal computer commercializzati nel mercato cinese. Complimenti alla Cina…

lffl.org


Dronecode, Linux a bordo di droni e UAV

Linux Foundation promuove e appoggia la nascita di un nuovo progetto FOSS per i veivoli autonomi. Offrirà il suo supporto per rendere più omogenea la piattaforma software e garantire la nascita di una infrastruttura standard

Roma – È nato in queste ore il Dronecode Project, nuovo “progetto collaborativo” di Linux Foundation che ha l’obiettivo di costruire una piattaforma open source per droni e UAV, riducendo la frammentazione di questa nuova frontiera tecnologica e aggiungendo l’ennesima piattaforma al lungo elenco di sistemi basati su kernel Linux. La Fondazioneritiene di poter fornire un contributo positivo al progresso del settore e allo sviluppo open in questo senso.

Alla base del progetto Dronecode c’è la soluzione FOSS già realizzata da 3D Robotics, con l’apporto dei nuovi partner che partecipano all’iniziativa come Box, DroneDeploy e jDrones. Alla fondazione Linux spetterà il compito di gestire il progetto collaborativo, alla stessa stregua di quanto già avviene per Tizen, l’ipervisore Xen e altro ancora. Al lavoro sul progetto ci sono già 1.200 sviluppatori, dice la Foundation, che già generano un flusso di decine e decine di modifiche ogni giorno: una buona prova della vitalità del progetto.

La creazione di un’unica piattaforma per droni e UAV aiuterà naturalmente a ridurre la frammentazione di un mercato che al momento si basa quasi esclusivamente su sistemi hardware-software proprietari o custom, così come favorirà – dice la Fondazione Linux – lo sviluppo di tecnologie sempre più affidabili per l’analisi dei dati (di volo), lo storage e la visualizzazione applicati ai veivoli autonomi. Settori nei quali ferve l’attività, e la cui importanza per il mondo FOSS non può essere trascurata.A guidare il progetto Dronecode per Linux Foundation sarà Andrew Tridgell, già autore di rsync e co-responsabile di Samba. Nel commentare l’avvio della nuova iniziativa, il direttore esecutivo della fondazione Jim Zemlin sottolinea il supporto che l’organizzazione può dare a un progetto così esteso come quello di Linux sugli UAV, e i vantaggi in fatto di innovazione che possono derivarne.

via http://punto-informatico.it/

Shellshock, il ‘bash bug’ che fa tremare la rete: quanto è pericoloso?

L’ultima volta che il mondo dell’open source è caduto letteralmente nel panico risale ai tempi della scoperta diHeartbleed, un potente bug nel protocollo (e nelle annesse librerie) OpenSSH che ha letteralmente messo in ginocchio server da ogni dove. Oggi la storia si ripete con un secondo bug, “adulto” più o meno quanto un quarto di secolo, che riguarda la shell Bash (o Bourne Again Shell) e prende appunto il nome di bash bug – o di Shellshock, come il simpatico R. Graham l’ha ribattezzato.

shellshock3

Secondo alcuni importanti esponenti della sicurezza, tra cui lo stesso Graham, Shellshock sarebbe addirittura più pericoloso di Hearbleed: la causa è da ritrovarsi al diffusissimo utilizzo della shell bash – sia come applicazione attiva che come applicazione in background da parte di altri programmi – e la semplicità con cui agisce il criterio di sfruttamento della falla.

Prima di farne una pandemia, però, capiamone qualcosa in più!

Cosa è Shellshock?

Shellshock – il bash bug – altri non è che un bug insito nella shell Bash, la “console dei comandi” tipicamente inclusa in quasi tutti i sistemi operativi GNU/Linux-based (incluso Android) e Mac. Sostanzialmente il funzionamento di Shellshock coinvolge la dichiarazione e l’utilizzo di variabili d’ambiente, con un modus operandi che cercheremo di semplificare il più possibile.

In pratica, prima dell’esecuzione di Bash è possibile definire in determinati file – richiamabili anche da programmi esterni – delle variabili, che servono spesso a “semplificare” l’eventuale passaggio dei parametri al programma eseguito tramite bash.

Il problema è nella dichiarazione di tali variabili: se una variabile viene dichiarata sulla stessa riga viene specificato un particolare comando, tale comando può essere eseguito arbitrariamente da qualsiasi applicazione abbia accesso a quella variabile. In parole povere, dichiarando una o più variabili con una particolare sintassi può rendere il sistema vulnerabile.

Se masticate lo scripting bash, il tutto sarà più chiaro con un esempio. Considerate questa dichiarazione di variabile:

env x='() { :;}; echo vulnerable' bash -c "echo this is a test"

Shellshock fa si che Bash intepreti la parte di codice in grassetto (quindi echo vulnerable) come un vero e proprio comando da eseguire, cosa che in condizioni “normali” non dovrebbe succedere.

Infatti, eseguendo questo codice su una versione di Bash vulnerabile, l’output ottenuto è il seguente:

$ env x='() { :;}; echo vulnerable' bash -c "echo this is a test"
vulnerable
this is a test

Se invece lo stesso codice viene eseguito su una versione di Bash non vulnerabile, il codice echo vulnerable viene riconosciuto da Bash come una potenziale dichiarazione di funzione e viene ignorato, generando un warning e lasciando la variabile non inizializzata ed il comando non eseguito (comportamento normale).

 $ env x='() { :;}; echo vulnerable' bash -c "echo this is a test"
 bash: warning: x: ignoring function definition attempt
 bash: error importing function definition for `x'
 this is a test

Shellshock è davvero pericoloso come dicono?

shellshock2Diciamo che non è un gioco da ragazzi usare vulnerabilità del genere e che c’è bisogno del verificarsi di condizioni ben precise – uno script deve essere presente sul sistema con delle dichiarazioni di variabili alterate, pronte per essere usate dal programma comandato da un utente malintenzionato – ma, purtroppo, bisogna ammettere che a causa della diffusione di Bash e dell’interazione imprevista di Shellshock con i vari programmi (innumerabili) che interagiscono con essa il rischio esiste. 

Purtroppo Bash non è soltanto la “classica” shell dei sistemi operativi GNU/Linux based di conoscenza comune come Ubuntu, Debian, Gentoo, Red Hat, CentOS e via discorrendo, ma è presente in tante altre varianti di Linux presenti anche su dispositivi differenti dai PC – come router, NAS, sistemi embedded, computer di bordo, che se obsoleti potrebbero essere davvero a rischio.

Senza contare che, inoltre, Bash è presente anche su Android e su tutti i sistemi operativi Mac.

Chi è vulnerabile a Shellshock?

Categorizzare i dispositivi vulnerabili non è possibile, tuttavia esistono diverse linee guida per intuire se si è vulnerabili o meno. Innanzitutto bisogna specificare che le versioni di Bash vulnerabili a Shellshock vanno dalla 4.3 (inclusa) ingiù, per cui la prima cosa da fare è indubbiamente aggiornare il proprio sistema operativo all’ultima versione dei pacchetti, se possibile.

Particolare attenzione va posta inoltre in ambiente server: si è comunque a rischio se la versione di Bash installata è inferiore alla 4.3 (inclusa), ma bisogna aprire gli occhi e correre ancor più rapidamente ai ripari, a causa dei danni collaterali potenziali causati da Shellshock, in caso il server esegua:

  • una configurazione di sshd che prevede attiva la clausola ForceCommand;
  • vecchie versioni di Apache che usano mod_cgi o mod_cgid, estremamente vulnerabili se gli script CGI sono scritti in bash o lanciano a loro volta shell bash (ciò non succede invece con gli script eseguiti tramite mod_php, neanche se questi lanciano shell bash a loro volta); tuttavia, i potenziali comandi indesiderati vengono eseguiti con gli stessi privilegi d’accesso del server web;
  • server DHCP che invocano script da shell per configurare il sistema; solitamente, tali script vengono eseguiti con privilegi di root, il che è estremamente pericoloso;
  • vari demoni o i programmi SUID che agiscono sul sistema con privilegi da superutente utilizzando però variabili settate da utenti non root.

In generale, il sistema può rimanere vittima di qualsiasi altra applicazione che venga eseguita da shell o esegue uno script shell che prevede l’interprete bash – solitamente, tali script iniziano con la dicitura #!/bin/bash.

Ma non finisce qui: purtroppo qualsiasi altro dispositivo obsoleto è a rischio, specie quelli per cui non è prevista la verifica della versione di Bash installata e per cui non sia possibile procedere semplicemente all’aggiornamento. Ancora una volta, ciò rappresenta un rischio ma non è detto che tali dispositivi siano effettivamente exploitabili (ad esempio, è difficile fare in modo che un computer di bordo o un NAS non collegato ad Internet eseguano codice arbitrario).

Per correttezza, è bene specificare ancora una volta che alcune versioni di Android e di Mac OS X sono vulnerabili – ad esempio, Mavericks lo è.

Quali dati sono a rischio e come faccio a proteggermi?

shellshock1Purtroppo, anche se in precise e difficilmente coincidenti condizioni, ad essere a rischio è qualsiasi cosa sia presente sulla memoria del sistema; tenendo comunque conto dei meccanismi intrinsechi di protezione di Bash e di GNU/Linux come l’assegnazione dei permessi d’esecuzione, il margine di rischio potrebbe diventare comunque molto minore.

Prima di preoccuparsi, bisogna verificare se si è effettivamente vulnerabili a Shellshock. Ciò è possibile semplicemente verificando la versione di Bash installata sul proprio sistema: se questa non è precedente alla 4.3 – Bash 4.3.0 e inferiori sono VULNERABILI ma non le versioni successive – allora il vostro sistema non è vulnerabile. 

In caso contrario, se possibile aggiornate Bash ed i pacchetti dell’intero sistema operativo all’ultima versione disponibile, in attesa di un’eventuale patch che dovrebbe comunque essere rilasciata in maniera celere per la maggior parte dei sistemi operativi e dei pacchetti di Bash interessati, a prescindere dalla piattaforma su cui essi sono installati.

Per verificare di essere protetti, aprite una shell bash ed eseguite il test spiegato nella sezione “Cosa è Shellshock”.

In definitiva…

Purtroppo Shellshock è un bug che cade come un fulmine a ciel sereno e non è possibile affermare che sia innocuo poiché, come visto fino ad ora, i rischi materiali esistono.

Come vi ho detto all’inizio non bisogna comunque farne una pandemia: se si tratta di sistemi operativi casalinghi, è necessario accertarsi che il proprio OS sia ancora ufficialmente supportato ed aggiornarlo all’ultima versione disponibile, che si tratti di GNU/Linux o di Mac. Stessa cosa per i sistemi operativi server, per i quali ci si aspetta una “correzione” dei pacchetti relativi alle versioni di Bash pari o inferiori alla 4.3 quanto prima.

Discorso differente va fatto per i vari sistemi embedded, per i NAS, per i router o per tutti quei dispositivi non verificabili facilmente: accertatevi di avere installata l’ultima versione disponibile del firmware e, nel caso, contattate il produttore per ulteriori delucidazioni.

Shellshock è purtroppo un bug molto grande, reso enorme dalla diffusione di Bash, tuttavia gli eventuali danni possono essere arginati usando un po’ di prudenza ed attenzione in più.

Purtroppo, come disse il grande Spaf, la verità è soltanto una:

L’unico vero sistema sicuro è quello spento, gettato in una colata di cemento, sigillato in una stanza rivestita da piombo e protetta da guardie.

Ma anche in quel caso ho i miei dubbi.

via chimeravevo.com


COSA MANCA A LINUX? (OGGI PARLIAMO DI…)


In questi anni abbiamo visto approdare notevoli migliorie all’intero ecosistema di Linux. Ad esempio abbiamo visto un notevole miglioramento nel supporto hardware con driver proprietari AMD e Nvidia sempre più stabili e performanti, gli ambienti desktop e le applicazioni dedicate risultano sempre più completi e funzionali. Attualmente è difficile trovare una stampante, scheda grafica o audio o altro componente non supportato dal Kernel Linux. Da notare inoltre l’arrivo in Linux del client Steam che ha portato molti nuovi game nativi per il sistema operativo libero, in arrivo inoltre nuove console Steam Machines basate su Steam OS distribuzione basata su Debian.


Gli sviluppatori delle principali distribuzioni Linux hanno reso sempre più semplice installare il nuovo sistema operativo libero anche in dual boot con Microsoft Windows, inoltre sono disponibili post-installazione tool in grado di facilitarci l’installazione di driver proprietari, codec ecc.

Tante migliorie che hanno reso Linux sempre più completo, facile da installare e utilizzare.
Ma cosa manca a Linux per poter competere con Windows e Mac?

Secondo voi cosa manca ancora al sistema operativo libero per poter competere con Windows e Mac? Giochi? Software proprietari come Adobe Photoshop e Microsoft Office? Supporto Hardware? Pubblicità?

A voi il vostro parere a riguardo…


Armada Mach 8 Pure Linux: XBMC Linux su AMLogic S802

Armada Mach 8 Pure Linux è il (lungo) nome di un nuovo box multimediale basato su SoC AMLogic S802. Il suo telaio e la sua componentistica hardware sono quelli di prodotti già presenti sul mercato (M8 è un esempio) ma il suo sistema operativo è XBMC Linux anziché Android. Costa 129 dollari negli Stati Uniti, un listino più alto dei box pari-hardware dovuto probabilmente al lavoro fatto per l’ottimizzazione del sistema.

La scheda tecnica di Armada Mach 8 Pure Linux è in linea con il mercato attuale, ed è molto, molto simile a prodotti come Minix Neo X8 o il Probox2 EX che abbiamo recensito giorni fa. Oltre al SoC AMLogic S802 (non in versione H, e questo significa che la decodifica DTS e AC3 è software, non hardware) e alla GPU Mali-450 MP6, abbiamo 2 GB di RAM, 8 GB di spazio eMMC, lettore SD, Ethernet 10/100, WiFi Dual Band, HDMI 1.4 fino a 1080p, uscita AV, S/PDIF, 2 USB 2.0 e sensore IR integrato.

Manca il Bluetooth, e manca l’uscita video 4K, ma di contro la presenza di XBMC Linux (arricchita da Cloudword Installer e da una skin dedicata) dovrebbe garantire lo switching automatico del frame rate in base al contenuto riprodotto. Rispetto a Mini PC più moderni, Armada Mach 8 è anche privo di antenna WiFi esterna, ma diciamo che la qualità della ricezione delle schede AMLogic è sempre stata buona, e non c’è motivo di pensare a problemi di interferenze o perdita di segnale come visto in passato su SoC rivali.

Che dire: XBMC Linux è il vero motivo per cui si dovrebbe preferire il nuovo Mini PC Armada ad un “comune” S802 gestito da Android + app XBMC, ed è un aspetto da non sottovalutare se l’obiettivo è proprio far girare il media center open source. Tra l’altro non dovrebbe essere un problema, una volta preso un Mach8 Pure Linux, installare una ROM Android ed usarlo come un normale box.

Al contrario dovrebbe essere più difficile fare il procedimento inverso: Armada offre un XBMC Linux molto più ottimizzato e completo della beta di XBMC Linux liberamente scaricabile (la trovate su Freaktab), quindi ci sarà un certo vantaggio nell’utilizzare la sua versione anziché la pubblica. O, almeno, questo è quel che lascia intendere l’azienda. Il consiglio finale è sempre il solito: non vi sbilanciate e non fate un incauto acquisto. Aspettate i primi riscontri lato utente (sotto un primo video hands-on) prima di prendere in considerazione l’acquisto.

via http://hardware.hdblog.it/


Dell si rafforza nell’open networking basato su Linux

Dell e VMware hanno ampliato la propria partnership per fornire soluzioni capaci di accelerare la virtualizzazione della rete e l’open networking nel software-defined data center.

La collaborazione comprende una serie di nuove soluzioni per aziende mid-market, largeenterprise e service provider, ed è supportata da un go-to-market congiunto, un’architettura di riferimento certificata e un accordo di distribuzione globale.

Switch Dell PowerEdge M1000e

Allo stesso tempo, Dell e VMware collaborano con Cumulus Networks per offrire la piattaforma di virtualizzazione di rete VMware NSX con Cumulus Linux su switch di rete Dell. Inoltre Dell mette a disposizione una soluzione di infrastruttura convergentetestata e certificata per il mid-market che integra VMware NSX.

In pratica, le tre società si sono proposte di  mettere a disposizione delle aziende una soluzione pre-configurata, disponibile tramite Dell e i suoi partner, che combina VMware NSX con Cumulus Linux sugli switch Dell Networking. Questa soluzione, è lìobiettivo di Dell, si prefigge di aiutare le aziende e i service provider nel disporre di una gestione e di provisioning per tutto l’ambiente di rete del data center, fisico e virtuale, e ad accelerare l’implementazione di nuove applicazioni.

Le aziende prevedono che i clienti godranno di benefici quali:

  • migrazione da soluzioni di rete chiuse e proprietarie a un networking flessibile, aperto, semplice e agile;
  • tempi rapidi di provisioning di reti e servizi per accelerare l’implementazione delle applicazioni;
  • sfruttamento di virtualizzazione, isolamento e segmentazione della rete per implementare il multi-tenancy di client e applicazioni;
  • connessione dei workload fisici con reti virtuali;
  • miglioramento delle prestazioni e della qualità del servizio individuando e isolando automaticamente i flussi specifici per applicazione;
  • micro-segmentazione per integrare la sicurezza nei data center.

L’infrastruttura convergente di Dell include lo chassis server blade Dell PowerEdge M1000e, lo switch blade Dell Networking 10/40GbE MXL, lo switch S4810 Top of Rack e gli switch fabric S6000, oltre agli array Dell Storage iSCSI. Per semplificare l’implementazione, Dell e VMware forniscono anche una  architettura di riferimentocertificata.

via http://www.tomshw.it/


SCHOOLTOOL IL REGISTRO ELETTRONICO OPEN SOURCE

Schooltol è un progetto che punta a fornire un registro elettronico per gestire informazioni sugli studenti il tutto attraverso una semplice interfaccia web.
SchoolTool in Ubuntu
Sono molte le scuole italiane ed estere che stanno puntando su Linux e il software libero, soluzione in grado di ridurre i costi fornendo sistemi sicuri e affidabili. Alcuni istituti ad esempio utilizzano WiildOs, distribuzione creata per gestire le lavagne interattive attraverso software libero, altro interessante progetto è SchoolTool, un registro elettronico open source.
SchoolTool è un progetto open source in grado di fornire un completo sistema di gestione informazioni sugli studenti per una singola scuola accessibile da remoto attraverso qualsiasi web browser (sia desktop che mobile).

Tra le principali caratteristiche di SchoolTool troviamo la gestione delle iscrizioni e i dati demografici, le valutazioni e la gestione dei prospetti, la gestione delle assenze, il calendario e il tracciamento degli interventi disciplinari. E’ anche la cornice in cui costruire applicazioni e configurazioni personalizzate per singole scuole o stati.
SchoolTool ha un supporto avanzato per la traduzione, la localizzazione e la distribuzione e l’aggiornamento automatico attraverso il sistema di installazione e di gestione dei pacchetti di Ubuntu Linux.

SchoolTool - gestione server

– INSTALLARE SCHOOLTOOL

SchoolTool è disponibile nei repository di Ubuntu e derivate basta digitare da terminale:

sudo apt-get install schooltool

in alternativa possiamo installare la versione aggiornata di SchoolTool attraverso PPA digitando da terminale:

sudo add-apt-repository ppa:schooltool-owners/2.8
sudo apt-get update
sudo apt-get install schooltool

Una volta installato SchoolTool potremo avviare il registro elettronico da browser all’indirizzo: http://127.0.0.1:7080 per accedere alle impostazioni l’username è manager mentre la password è schooltool
Per poter accedere da remoto a SchoolTool basta inserire il nostro indirizzo IP in /etc/schooltool/standard/paste.ini digitando da terminale:

sudo nano /etc/schooltool/standard/paste.ini

e al posto di host = 127.0.0.1 inseriamo il nostro indirizzo IP e salviamo il tutto in CTRL + x e poi s
successivamente riavviamo SchoolTool digitando:

sudo service schooltool restart

e ora potremo accedere a SchoolTool da remoto.

Per maggiori informazioni su SchoolTool consiglio di consultare la sezione dedicata dal Wiki di WiildOs

Home SchoolTool


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